Uno studio recentemente pubblicato su “Nature” (agosto 2012) dovuto al dott. Peter S. Nelson, membro del Fred Hutchinson Cancer Research Center, e al suo team, ha aperto prospettive rivoluzionarie che probabilmente condizioneranno l’approccio attuale dell’oncologia.
E’ stato osservato che i fibroblasti – cellule deputate alla produzione di collagene – se si trovano nei pressi di una formazione tumorale, ed esposte alla chemioterapia, vengono indotte a produrre una proteina chiamata WNT16B che permette alle cellule tumorali di crescere e invadere i tessuti circostanti.
La produzione del WTN16B è aumentata fino a 30 volte, in caso di trattamento con gli attuali chemioterapici, un risultato “totalmente inaspettato” a detta dei ricercatori. La WNT16B, se prodotta, può interagire con le cellule tumorali vicine e farle crescere, invadere, e, soprattutto, resistere alla terapia successiva. Il team ha poi concluso l’istruzione con queste parole: “I nostri risultati indicano che le risposte determinate nelle cellule benigne in questo modo possono contribuire direttamente alla cinetica di una maggiore crescita del tumore.” L’espressione di questa proteina è una risposta al danno genotossico inevitabilmente causato dalla chemioterapia o dalla radiotarepia.
L’azione pro-oncogena della WNT16B, che agisce in maniera “paracrina” (cioè sulle cellule circostanti), implica un’accelerazione nella crescita tumorale e vari meccanismi biochimici di farmaco-resistenza da parte delle cellule tumorali. In questo senso gli attuali chemioterapici genotossici (non cito i nomi commerciali per evitare problemi legali) innescherebbero un meccanismo di “circolo vizioso”, non sempre vincente. Anzi, questa scoperta permette di comprendere meglio il palese fallimento della chemioterapia, ancora negato dalla maggior parte degli oncologi…
Ovviamente tutto ciò da solo non decreta la fine della terapia oncologica convenzionale: ad esempio è stato proposto di utilizzare anticorpi di sintesi contro la proteina incriminata, come coadiuvante alla terapia convenzionale. Essendo io non solo un naturopata, ma anche un chimico farmaceutico, non posso escludere che future generazioni di chemioterapici possano evitare questi effetti. Magari sviluppando inibitori dei fattori di trascrizione per il gene WNT, o agendo su qualche altro punto di questo pathway. Tuttavia al momento non si può trascurare il dato oggettivo di questa scoperta, che spiega uno dei meccanismi alla base della chemioresistenza dei tumori… fenomeno sul quale, quasi sempre, l’oncologia ha mostrato sin troppo la propria “falsa coscienza”.
Riferimenti bibliografici :
Nature Medicine, 5 Agosto 2012 http://www.sylviesimonrevelations.com/article-la-chimiotherapie-se-revele-a-double-tranchant-110490198.html
Yu Sun, Judith Campisi, Celestia Higano, Tomasz M Beer, Peggy Porter, Ilsa Coleman, Lawrence True & Peter S Nelson. “Treatment-induced damage to the tumor microenvironment promotes prostate cancer therapy resistance through WNT16B”. Nature Medicine
via: asclepiosalus.wordpress.com
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